Per chiudere Guantanamo serve un tribunale speciale

I collaboratori di Barack Obama lavorano a un piano su Guantanamo, la base di Cuba dove sono custoditi i prigionieri della guerra al terrorismo islamico. Guantanamo è un limbo giuridico che Obama annuncia di voler sanare. Ma come spiega Time magazine, non sarà facile.
12 NOV 08
Ultimo aggiornamento: 15:05 | 14 AGO 20
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Ma la Corte suprema ha poi rovesciato la sentenza, annullando la decisione del 1950 Johnson vs. Eisentrager, che stabilì che i prigionieri tedeschi e giapponesi non godevano dell’habeas corpus. Per processare i tagliagole, come vuole fare Obama, sarà necessaria una “nuova speciale corte” che fa inorridire garantisti e attivisti umanitari. Si profila la creazione di un “nuovo speciale sistema giudiziario”. Corti create appositamente per gestire i casi di sicurezza nazionale. “Creare un sistema alternativo è un grande errore”, dice Jonathan Hafetz, l’avvocato dell’American Civil Liberties Union che rappresenta i detenuti. Per il consulente di Obama, il giurista Laurence Tribe, la soluzione va presa in esame perché “non possiamo lasciare questa gente per sempre in un buco nero”. E non si può declassare il terrorismo a mero reato.
“La risposta brutale è che siamo bloccati”, dice il segretario alla Difesa, Robert Gates. Sette anni dopo la cattura sui campi del jihad, i combattenti sono intrappolati in una terra di nessuno. La Casa Bianca nega il diritto a processi ordinari a causa della natura anomala del fanatico takfir. Ma da quando la Corte ha esteso l’habeas corpus (“leggi e Costituzione sono formulate per sopravvivere in tempi straordinari”, ha detto il giudice Anthony Kennedy), l’America si trova di fronte a una nuova sfida giuridica. Un consulente di Obama, Neal Katyal, avvocato di Salim Hamdan, primo condannato da un tribunale militare speciale americano dalla fine della Seconda guerra mondiale, dice che “la cosa più forte sarebbe chiudere il campo e trasferire i detenuti nelle carceri americane”.
Potrebbero finire davanti a una corte federale, a una corte marziale secondo la giustizia militare, tornare nei paesi d’origine o in libertà. Una soluzione impossibile per molti motivi. La formazione delle prove è spesso impraticabile, Guantanamo non nasce come trampolino verso i processi, ma come “quarantena” per avere informazioni. Gran parte delle prove contro la “mente dell’11 settembre”, Khalid Sheikh Mohammed, il decapitatore del giornalista ebreo Daniel Pearl, vengono da procedimenti inammissibili dalla giustizia ordinaria. Un carcerato d’eccezione come Mohammed al Qahtani, ha confessato in seguito a metodi come il waterboarding, la simulazione dell’annegamento. Una corte federale invaliderebbe tutto. Chiudere la base significa ripensare il sistema giudiziario statunitense.
Inoltre il rilascio dei “nemici combattenti” spesso finisce in un boom. Sei mesi fa un terrorista rilasciato da Guantanamo è saltato in aria in Iraq. “Leone a Guantanamo e martire in Iraq”: al Qaida canta così il kuwaitiano Abdullah al Ajmi, immolatosi a Mosul. Cosa farà l’America con i prossimi aspiranti martiri catturati a Kandahar e Baquba? “Guantanamo è sintomo di una domanda più grande: dove e come gli Stati Uniti porteranno i terroristi che continueranno a catturare?”, chiede il giurista Matthew Waxman. Nessun paese arabo li rivuole. E le organizzazioni umanitarie protestano contro Washington quando li rispedisce in patria. Vengono torturati in prigioni che a paragone Guantanamo è un hotel a cinque stelle.